I dolori e i tremori della Repubblica, e un governo muto
Per ora il governo del Preside è un governo muto. Non solo sull’euro e l’emergenza, anche su tutto il resto. Non una parola sui grandi problemi di un paese afflitto dal governo dei magistrati e dal loro partito combattente. Per esempio, l’inchiesta Enav e Finmeccanica riportano di stretta attualità, mentre si moltiplicano le ulteriori sessioni dei vari processi a Berlusconi, legittimo e incauto disimpegno, la questione della amministrazione della giustizia penale. Leggi Adesso Frau Merkel avrà un suddito in più di Giuliano Ferrara
8 AGO 20

L’idea di un comitato d’amministrazione minimalista di un paese complesso e tormentato, lacerato da divisioni che hanno radici profonde nel modo anomalo in cui si era usciti (malamente) dalla Repubblica dei partiti e si era entrati (felicemente) in quella anomala ma fino a ieri irrecusabile dell’alternanza, come i lettori di questo giornale sanno, non mi convince. Con questo ribaltone, diverso dal primo solo perché accettato da una classe dirigente suicida, abbiamo di fronte a noi un anno e mezzo di non-si-sa-che. C’è un referendum sulla legge elettorale, con i prevedibili colpi di mano per evitarlo o per condizionarne l’esito. C’è una legge di riforma della giustizia civile e penale in attesa, l’una decisiva per le sorti a lungo termine dell’economia, per la sua apertura agli investimenti esteri, l’altra decisiva per sciogliere il nodo gordiano delle libertà personali, dei diritti dei cittadini sottoposti all’arbitrio di pm militanti, e di un contrasto all’illegalità che non sia illegale, intrusivo nella sfera privata degli estranei, costruito apposta per la sua fruibilità mediatica. C’è la questione delle carceri che scoppiano e dell’amnistia: se proprio volete fare l’unità nazionale dissimulata, cari partiti imbelli, allora votate subito una legge d’amnistia con la maggioranza qualificata necessaria, fate vedere che esistete, e ripristinate l’articolo 68 della Costituzione che presidiava per volontà dei padri della Repubblica alla divisione dei poteri. Ma tutto questo è possibile all’ombra dei ricatti incrociati, dei lobbismi alla Enrico Letta, “dall’esterno e riservatamente” come era scritto nel famigerato bigliettino, all’ombra del perbenismo ideologico e dello humour sopraffino che sostituisce il carnevale berlusconiano?
Il carnevale è stato una grande e spericolata festa collettiva, ora che arriva il tempo della bastonatura sociale mascherata da patrimoniale ed equità, la quaresima si nutre anche della non-politica, cioè della rinuncia ad affrontare le grandi questioni di riforma delle istituzioni e di civilizzazione di un paese imbarbarito. Dubito che il Consiglio di facoltà voglia sporcarsi le mani con i tremori e i dolori di questa Repubblica. E spero di sbagliarmi.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
