I dolori e i tremori della Repubblica, e un governo muto

Per ora il governo del Preside è un governo muto. Non solo sull’euro e l’emergenza, anche su tutto il resto. Non una parola sui grandi problemi di un paese afflitto dal governo dei magistrati e dal loro partito combattente. Per esempio, l’inchiesta Enav e Finmeccanica riportano di stretta attualità, mentre si moltiplicano le ulteriori sessioni dei vari processi a Berlusconi, legittimo e incauto disimpegno, la questione della amministrazione della giustizia penale. Leggi Adesso Frau Merkel avrà un suddito in più di Giuliano Ferrara
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L’idea di un comitato d’amministrazione minimalista di un paese complesso e tormentato, lacerato da divisioni che hanno radici profonde nel modo anomalo in cui si era usciti (malamente) dalla Repubblica dei partiti e si era entrati (felicemente) in quella anomala ma fino a ieri irrecusabile dell’alternanza, come i lettori di questo giornale sanno, non mi convince. Con questo ribaltone, diverso dal primo solo perché accettato da una classe dirigente suicida, abbiamo di fronte a noi un anno e mezzo di non-si-sa-che. C’è un referendum sulla legge elettorale, con i prevedibili colpi di mano per evitarlo o per condizionarne l’esito. C’è una legge di riforma della giustizia civile e penale in attesa, l’una decisiva per le sorti a lungo termine dell’economia, per la sua apertura agli investimenti esteri, l’altra decisiva per sciogliere il nodo gordiano delle libertà personali, dei diritti dei cittadini sottoposti all’arbitrio di pm militanti, e di un contrasto all’illegalità che non sia illegale, intrusivo nella sfera privata degli estranei, costruito apposta per la sua fruibilità mediatica. C’è la questione delle carceri che scoppiano e dell’amnistia: se proprio volete fare l’unità nazionale dissimulata, cari partiti imbelli, allora votate subito una legge d’amnistia con la maggioranza qualificata necessaria, fate vedere che esistete, e ripristinate l’articolo 68 della Costituzione che presidiava per volontà dei padri della Repubblica alla divisione dei poteri. Ma tutto questo è possibile all’ombra dei ricatti incrociati, dei lobbismi alla Enrico Letta, “dall’esterno e riservatamente” come era scritto nel famigerato bigliettino, all’ombra del perbenismo ideologico e dello humour sopraffino che sostituisce il carnevale berlusconiano?
Il carnevale è stato una grande e spericolata festa collettiva, ora che arriva il tempo della bastonatura sociale mascherata da patrimoniale ed equità, la quaresima si nutre anche della non-politica, cioè della rinuncia ad affrontare le grandi questioni di riforma delle istituzioni e di civilizzazione di un paese imbarbarito. Dubito che il Consiglio di facoltà voglia sporcarsi le mani con i tremori e i dolori di questa Repubblica. E spero di sbagliarmi.